Isolatria by Antonella Anedda

Isolatria by Antonella Anedda

autore:Antonella Anedda [Anedda, A.]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: eBook Laterza
editore: Editori Laterza
pubblicato: 2013-02-14T23:00:00+00:00


9. Cala Coticcio, detta Tahiti

Brezza di ponente forza 3. Descrizione: foglie e ramoscelli in movimento costante, le bandiere leggere cominciano a piegarsi

Se non si vuole soffrire troppo il caldo, bisogna arrivare al sentiero che porta alla spiaggia non più tardi delle sette. Dopo aver percorso la strada principale di Caprera, sprofondata nella pineta per circa tre chilometri, si ignorano le indicazioni verso la Casa bianca, la casa di Garibaldi, si volta prima a destra e poi a sinistra finché si trova l’indicazione per la spiaggia. La passeggiata dura circa quarantacinque minuti a piedi; per i più lenti, come me, un’ora. Bisogna indossare un cappello e legarlo bene sotto il mento se c’è vento. È indispensabile perché, tranne un breve passaggio sotto un tunnel di alti cespugli di ginepro, lentisco e cisto, il percorso è esposto al sole. A terra una freccia fatta di pietre indica che bisogna arrampicarsi sulle rocce a sinistra. Chi prosegue dritto si perde nella macchia. Bisogna indossare scarpe da ginnastica e non semplici sandali, dopo una mezz’ora il sentiero si restringe in una scala scoscesa che bisogna scendere all’andata e scalare al ritorno. Alle sette del mattino siamo ancora soli. Gli unici compagni sono dei caproni che ci sorvegliano dall’alto, sulla parte montuosa. A sinistra invece solo il mare. L’odore, come racconta Lawrence d’Arabia nei Sette pilastri della saggezza a proposito del deserto, è perfetto: non ha odore. Questa mattina, infatti, non si sente nell’aria alcun profumo, neppure quello dell’erba santamaria così frequente. Il deserto del mare si unisce a quelli del cielo e del terreno. Camminando ascolto il silenzio, anche i piccoli tacciono per risparmiare il fiato. Se tendo l’orecchio sento solo lo scricchiolio dei rami, dei tac tac secchi che si saldano al vento asciutto, alle pietre che a volte slittano e franano.

Alle sette fa già caldo, alle sette e un quarto quando arriviamo siamo ancora soli, la scogliera a destra della cala è ancora in ombra. Siamo accaldati e ci buttiamo in acqua. Il colore giustifica il nome della cala: il turchino più trasparente che si possa immaginare vicino alla riva, e poi smeraldo e blu cupo un po’ più a largo. Le sfumature si toccano e si confondono a seconda della luce. La spiaggia è bianca, i cespugli di ginepro e lentisco formano piccole cavità verde-nero. Chi entra in questo elemento lentamente, lasciandosi sommergere completamente, sperimenta una forma di gioia della mente di rara perfezione. Il fresco del mare ha un elemento fluviale, allungato, di acqua di sorgente. Ogni volta lascio che l’acqua mi sommerga e provo a entrare con gli occhi spalancati finché resisto. Faccio il morto lasciando che l’acqua mi sommerga di nuovo. I pensieri si fermano, la memoria, contrariamente a quanto si dice, si affievolisce, il corpo diventa ubbidiente, sempre più fluido a ogni bracciata. Se non si ha troppo freddo e si è pazienti arriva un momento in cui non c’è distinzione tra corpo e acqua, tra le gambe e le alghe, tra il peso del bacino e il movimento dei pesci.



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